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Fortis: lo stile italiano batte la tecnologia

Fortis: lo stile italiano batte la tecnologia

Riportiamo l'intervento di Marco Fortis (vicepresidente della Fondazione Edison e docente di Economia industriale all'Università Cattolica di Milano) a proposito della nascita della Fiamp, pubblicato da Il Sole 24 Ore.

«In un momento difficile come quello attuale, tra le ricette suggerite per il rilancio dell'industria e dell'export del nostro Paese vi è costantemente quella di 'fare squadra', sin qui però raramente tradotta in pratica.

Tra le poche eccezioni, vi è la concreta decisione dei vari settori dell'accessorio moda e persona di allearsi in una Federazione, la Fiamp, che raccoglie calzaturieri, pellettieri, orafi e occhialeria.

I comparti aderenti si riconoscono in una serie di misure urgenti che chiedono al Governo, tra cui: più incisivi interventi di lotta alla contraffazione, azioni urgenti a livello Ue e internazionale volte a ottenere un riequilibrio del dumping valutario cinese, misure fiscali a favore dell'innovazione e del design analoghe a quelle per la ricerca.

I settori italiani della moda non danno dunque l'impressione di essere rassegnati di fronte alla concorrenza asiatica e sono pronti a difendere le loro posizioni nel mercato mondiale con tutte le loro forze. Eppure c'è chi negli ultimi mesi ha sostenuto che queste attività produttive 'tradizionali' non avrebbero più futuro in Italia, che di fronte alla competitività della Cina esse sarebbero indifendibili persino dal Governo, che il modello dei distretti su cui si fondano sarebbe ormai superato e che ci collocherebbe quarant'anni indietro rispetto ai grandi poli hi-tech di altri Paesi.

Non vorremmo che tra questi ci fossero molti di quelli che hanno criticato l'Italia perché negli anni 90 le sue esportazioni erano facilitate dalla svalutazione della lira (che preferiamo definire svalutazione 'compensativa' delle croniche inefficienze del sistema-Paese). Se così è, essi dimenticano allora che dal 2001 al 2004, cioè in 3 anni, il renminbi si è svalutato del 28% rispetto all'euro, più o meno come accadde alla 'liretta' tra il '92 e il '95 rispetto al marco tedesco. La differenza tra la Cina di oggi (che sfrutta anche una serie di dumping sociali e ambientali) e l'Italia di allora è che dopo il 1995 il cambio lira-marco tedesco recuperò rapidamente a nostro sfavore e la situazione si è cementata con le parità di ingresso delle valute nazionali nell'euro.

Viceversa con un cambio euro/dollaro a 1,30 e con il renminbi ancorato al dollaro, la svalutazione della moneta cinese rispetto al 2001 ha raggiunto il 31% e con un cambio di 1,35 dollari sull'euro diventa addirittura del 34%. Di fronte a una simile svalutazione competitiva del proprio concorrente diretto (l'Italia è il primo esportatore mondiale di oreficeria e occhialeria e il secondo nelle calzature e nella pelletteria dopo la Cina) i settori della Fiamp fanno bene a 'fare squadra', mentre una certa facile cultura italiana sembra più orientata a mortificare le nostre specializzazioni manifatturiere e a invidiare altri Paesi.

Non è dello stesso avviso, tra i molti all'estero, il premier francese Raffarin, che ammira le nostre Pmi e i nostri distretti. E pochi sanno che il valore aggiunto generato dai settori aderenti alla Fiamp è superiore a quello dell'industria aeronautica francese, che comprende il polo di Tolosa, spesso portato come caso di successo. Così come si ignora che l'export dei settori italiani degli accessori moda (14,3 miliardi di dollari nel 2002) compensa da solo la nostra minor forza in molti settori hi-tech, come la farmaceutica, dove Paesi come Francia, Regno Unito e Germania ci sono tutti davanti, ciascuno con 5-6 miliardi di dollari di esportazioni in più di noi. L'export italiano di farmaceutica sommato a quello 'povero' dell'asse calzature-pelletteria-occhiali-gioielleria sale a 23,2 miliardi di dollari e precede l'analogo mix francese (18,9), tedesco (18,5) e inglese (17,7).

Dunque, non sottovalutiamo i numeri del made in Italy e facciamo tutti 'squadra' attorno ai nostri settori 'tradizionali' minacciati dalla concorrenza asimmetrica e sleale asiatica. Questa deve essere la vera nostra priorità odierna di politica industriale».

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